Marco Angelini
"Se non ti esplode dentro a dispetto di tutto, non farlo"
Il motoscafo (Turchese n. 5, 22 Settembre 2023)
Era una specie di indagine, la mia. Mi chiedevo se mia moglie mi amasse ancora e avevo tutto il tempo che volevo per pensarci. Indagavo su di lei nell’unico modo che mi era consentito, pesando le sue parole e misurandone i movimenti, come non avevo mai fatto né prima né dopo la malattia.
Ero sveglio da qualche minuto, sdraiato sul letto, e lei mi girava intorno una volta con la scopa, un’altra con lo strofinaccio, poi con lo sgrassatore, con il battipanni, con la biancheria sporca, con quella pulita.
Il risveglio faceva parte dei nostri riti — uno dei riti del poi, lo consideravo io, perché era nato dopo la malattia. Ogni mattina mi tirava su il cuscino, mi lavava, mi vestiva e mi faceva sedere in carrozzina. Prima della malattia i nostri riti erano diversi.
Pesavo il doppio di lei, ma faceva tutto da sola. Una moglie devota.
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La Visita (Salmace, 23 Novembre 2022)
Il ragazzo era in piedi sulla scala. Esaminava la distesa di puntini neri sul soffitto della cucina. «I moscerini ci hanno mangiato il soffitto» disse la ragazza.
«Non può essere» disse il ragazzo.
«E invece sì. Prima pensavo che fosse cacca di moscerino, invece non va via. Lo vedi? Non va via».
«Li coprirò con una mano di pittura» disse il ragazzo.
L’indomani avrebbero ricevuto la visita della psicologa e dell’assistente sociale.
«Si vedrà la differenza di colore e poi farà odore» disse la ragazza.
«No» disse il ragazzo «basterà lasciare la finestra aperta tutto il giorno per fare asciugare. C’è il sole e anche domani sarà bello. Per il colore, figurati, non si vedrà nemmeno».
«Ne sei sicuro?» chiese la ragazza.
«Sicuro» rispose lui.
Avevano presentato la domanda di adozione due anni prima. Il ragazzo le aveva regalato i moduli il giorno del loro primo anniversario di matrimonio. Li aveva stampati, rilegati e avvolti con un nastro colorato e un grande fiocco.
Erano cambiate molte cose da allora. Lui aveva trovato un’occupazione migliore e lei aveva terminato gli studi. Avevano cambiato casa: in questa c’era la stanza per il bambino. Lui aveva preso quasi dieci chili e anche lei ne aveva messi su parecchi. Entrambi avevano perso il loro ottimismo. L’avevano perso da qualche parte, lungo quel percorso.
Idiosincrasia (Spaghetti Writers, 22 Dicembre 2022)
Dalle mie parti, dove sono nato, quando provano una grande gioia – non una qualunque – vanno in brodo di giuggiole.
Ecco, quando è nato mio figlio Samuele, tutti quanti andavano in brodo di giuggiole non appena lo vedevano – ma qui mica sanno che è un infuso, e neanche com’è fatta una giuggiola.
Ricordo la gente all’ospedale, tutti a farci i complimenti. Parenti, amici, anche gli estranei che passavano di là per far visita a qualcun altro. Ma io vidi qualcosa nel suo sguardo che non mi piaceva. Subito, dal primo istante. Mi vergognavo a dirlo, e non lo dissi. Cristo sa quanto l’ho sempre amato e ogni domenica andavo in chiesa a pregare e chiedevo cos’era che scorgevo in quegli occhi che gli altri non vedevano.
Così entrai nella mia fase grigia, la chiamo così, in cui vivevo di gioia e di inquietudine. Oggi direi anche di inconsapevolezza, perché ancora non capivo, eppure avevo tutto sotto ai miei occhi.
A ripensarci, se ne avessi parlato subito con mia moglie Giulia, le cose sarebbero andate diversamente.
Invece ho covato da solo questo cruccio interiore e mi sentivo l’unico detentore di un mistero orrendo.
Per rimanere (Spore, 21 Novembre 2022)
Gli ho risposto: «Così così».
Eravamo nell’unica stanza illuminata. La sala, la cucina e la zona studio, sempre buie e vuote, parevano ignorare il passare del tempo e quello che accadeva nella camera da letto. Era la sola in cui stava mio padre oramai, ed era cambiata assieme a lui: le flebo, il tavolino per pranzare a letto, la poltroncina in cui di solito riposava l’infermiere, quel giorno tutta per me. Anche l’odore era cambiato, non era più soltanto il suo, ma un misto di alcol e urina.
Si è allungato verso il comodino per aprire il cassetto. Allora l’ho fatto per lui.
Mi ha detto: «Il biglietto».
Vicino al portafoglio e all’orologio c’era un cartoncino. L’ho preso. C’era scritto: memento mori iterum e, sotto, un numero di telefono.
Si è tolto l’ossigeno e mi ha detto: «Chiama. Digli che ci siamo».
L’ho fatto. Ho preso il mio telefono dalla tasca e ho composto il numero. Una voce dall’altra parte: «È il momento?».
La voce aveva l’eco di un posto lontano. Ho risposto: «Sì».
«Arrivo».
Confini (Micorrize, 8 Giugno 2022)
Zio Franco aveva 82 anni quando è morto. Dal notaio, per la lettura del testamento, c’era la fila. Chissà cosa si aspettavano, tutti.
Io niente: già mi stupiva che mi avesse indicato fra gli eredi. Aveva una moglie e una figlia, oltre a fratelli, cugini, ciascuno con la propria famiglia al seguito. E zio Franco non era affatto ricco. Forse questo io lo sapevo meglio degli altri, perché negli ultimi tempi avevo curato i suoi affari. Chi non conosceva le cose dal di dentro, in effetti poteva pensare chissà che. Zio Franco aveva un albergo, era proprietario dei muri e lo gestiva personalmente. Aveva pure un ristorante, nel quale aveva infilato una persona di sua fiducia. E alcune proprietà, tre o quattro immobili, forse di più. Ci ho messo parecchio tempo per capire che era tutto un baraccone: una giostra che ruotava e si reggeva per miracolo. Stava in piedi perché c’era lui a tenerlo in piedi. Gli altri questo non lo sapevano e, disposti in attesa lungo il corridoio, sognavano le parole che avrebbe pronunciato il notaio.
Per quel che mi riguardava, qualunque cosa mi avesse lasciato sarebbe andata bene.