Marco Angelini

"Se non ti esplode dentro a dispetto di tutto, non farlo"

Ho iniziato a dare un ordine alla mia scrittura, e anche una disciplina, quando nel 2016 ho frequentato un corso di scrittura creativa nella mia città, La Spezia. Lo ha tenuto Nicola Pasa fino al 2018, incentrandolo sul racconto ma non solo. Con lui ho conosciuto autori e registi fondamentali che ignoravo, ma soprattutto ho cominciato a scrivere in un modo diverso, alimentando la comune passione.

Nel frattempo ho partecipato a diversi concorsi. A marzo del 2019 “I dadi” è arrivato primo al Carta Bianca, concorso letterario organizzato da Switch On Future e in occasione della premiazione è stato letto da Emidio Clementi, nel bellissimo contesto di Palazzo Mathis, ad Alba.

Ho scritto un primo romanzo che è rimasto a lungo nel cassetto e alla fine è diventato un racconto. Quando ho conosciuto Antonio Russo De Vivo le cose sono cambiate ancora. Abbiamo parlato di un’idea che avevo in mente e poco dopo ho scritto “Wilmo, ricorda”, che è stato segnalato nella XXXIV Edizione del Premio Italo Calvino con la seguente motivazione:

 

“per l'inedita descrizione del marasma mentale di un

ex bibliotecario che, in dialogo con i personaggi dei suoi libri,

delinea per frammenti storia privata e rimossa storia pubblica”.

 

L’anno successivo vi ho partecipato con “Il passante” e nel 2022 con “Polittico della fuga”.

Nel frattempo alcuni miei racconti sono stati pubblicati sulle riviste Micorrize, Specularia, Spore, Salmace, Spaghetti Writers, Mayday Magazine e Offline.

A gennaio del 2024 “Il passante” verrà pubblicato da Morellini Editore.

Nel frattempo ho deciso di pubblicare questo blog, realizzato da Nicola Pasa. L’idea mi è nata come semplice archivio delle mie cose, fatto per essere ordinato almeno dopo averle scritte. Poi è venuta la voglia di aggiungerci altro, foto, qualcosa su di me, e uno spazio per le novità, sperando che arrivino sempre.

Intanto inizio dal primo racconto.

 

I dadi

 

 

Mia moglie era in piedi dentro la vasca da bagno.

«Non finirò mai. È tutto rovinato».

Diceva così già da un pezzo e io facevo avanti e indietro tra il bagno e la cucina. Ogni volta che entravo in cucina mangiavo qualcosa, qualunque cosa mi capitasse tra le mani, poi tornavo in bagno. Erano le 14,30 e non avevamo ancora pranzato.

 

Il fatto era che qualche ora prima, in casa, si erano intasate le tubature. L’acqua che scendeva dal lavandino della cucina usciva da quello del bagno, e viceversa. Non c’era stato niente da fare: catini di acqua calda con il sale, acidi sgorganti, bestemmie. La cucina era fuori uso. E così la lavastoviglie, la lavatrice e anche il lavandino del bagno. Tutto bloccato. 

«Cosa facciamo? Questa casa fa schifo, questa casa fa schifo. L’hanno fatta male».

«Non l’hanno fatta male» dissi io «è un problema comune».

«Questa casa fa schifo! Pagata così tanto e fatta male».

«C’è poca pendenza, questo sì».

«Dovresti dirglielo. Dovresti chiamarli e dirglielo».

«Chiamo l’idraulico».

«Chiamalo, digli di venire subito».

Mia moglie, dopo, era andata al lavoro. L’idraulico venne a mezzogiorno con suo cognato.

Spiegai quello che era successo.

«È il solito problema della pendenza» dissi a un certo punto «ricordi, anche l’anno scorso è successo».

«Eh già, è un bel problema».

«È stata fatta male» dissi io, memore dei suggerimenti di mia moglie.

«È vero, ma sai, l’altezza del pavimento è quella che è, abbiamo fatto il possibile».

Piazzarono la pompa al centro del bagno e il cognato si mise a pompare. Stava chino a novanta gradi con la pancia molle che si allungava verso terra come la pasta lievitata e cruda del pane. Continuò a pompare fino a quando la lancetta arrivò sul cinque, poi si fermò.

«Ancora?» chiese.

«Proviamo così» disse l’idraulico.

Infilò il tubo della pompa dentro al buco del lavandino.

«Tieni forte.» gli disse il cognato e poi schiacciò un pulsante. Si sentì un botto, come un’esplosione.

 

L’idraulico aprì l’acqua del lavandino, dopo un paio di secondi l’acqua cominciò a stagnare.

«Riproviamo con più potenza».

Il cognato si mise di nuovo a pompare. Di nuovo la pancia spingeva per toccare il pavimento. Io stavo all’ingresso del bagno e mi offrii di dare una mano con la pompa.

«Faccio io» mi disse il cognato «così butto giù un po’ di grasso».

«Siamo a sette» disse «vado avanti?»

«Arriva fino a otto» rispose l’idraulico.

Quando schiacciò il pulsante, il botto fu ancora più forte e questa volta si udì un’eco spostarsi lungo la tubatura, sulla sinistra, verso la cucina.

«Ha funzionato» disse l’idraulico.

Aprì l’acqua del lavandino. Andava giù tranquilla.

«Ce l’abbiamo fatta» disse il cognato aprendo anche i rubinetti del bidè e della vasca da bagno. Io andai in cucina e telefonai a mia moglie.

«Stiamo risolvendo».

«Glielo hai detto? Hanno fatto un lavoro da schifo, glielo hai detto?»

«Certo, gliel’ho detto».

«E loro?»

«Hanno detto che era un problema di altezze, hanno fatto il possibile».

«Doveva dircelo allora, sono dei deficienti».

«Senti, ne parliamo dopo. Ora stanno risolvendo».

Buttai giù. Aprii il rubinetto della cucina e l’acqua rimase dentro al lavandino.

«Il tappo si è spostato» disse l’idraulico «dobbiamo usare la pompa da qui».

Staccarono i cassettoni scorrevoli sotto al lavabo, smontarono il sifone e poi il cognato si rimise a pompare.

«Ancora?» chiese quando fu arrivato a otto.

«Ancora un po’, dacci bello dentro».

Arrivato a dieci lo fermò, ma il cognato diede ancora qualche pompata.

«Basta, basta!» disse l’idraulico.

«Il massimo è dodici».

«Sì, ma guarda che fa il ciocco. E poi va tenuta bene, mica è facile».

L’idraulico si infilò sotto al lavabo con tutto il corpo. Grande e grosso com’era, spariva tutto là sotto. Gli restavano fuori solo le suole delle scarpe.

«Tieni forte, eh!» disse il cognato.

«Vai!»

Quando schiacciò si sentì un’esplosione e dopo uno scrosciare d’acqua provenire da un’altra stanza.

«È andata» disse l’idraulico.

«Che botto!» disse il cognato e rise.

Uscii dalla cucina e vidi che dallo split dell’aria condizionata della sala era fuoriuscita una cascata di acqua grigia e maleodorante. Si era riversata sulla parete centrale della sala e sul grande quadro sottostante.

«Mioddio» dissi e in quell’istante chiamò al telefono mia moglie. Non le risposi.

«C’è un problema» dissi all’idraulico.

Riempimmo un grosso catino con l’acqua. Staccai il quadro e lo misi ad asciugare al sole, appoggiato davanti alla finestra. Salii su uno sgabello e con la spugna iniziai a pulire il muro.

«Più acqua» mi disse il cognato «Così!» Prese la spugna, la immerse nell’acqua e senza strizzarla la pressò contro la parete. L’acqua pulita schiariva le tracce di grigio e si portava dietro i residui solidi che erano fuoriusciti dallo split. Poi finiva sul pavimento.

«Com’è possibile?» dissi all’idraulico.

«Eh, perché è tutto collegato. Non pensavo, però, che uscisse. Si vede che la pompa ha dato proprio un bel botto».

Provò ad aprire l’acqua in cucina ma ancora non defluiva.

«Riproviamo da qui, ma più piano questa volta» disse guardandomi.

Provarono altre volte, smisi di contarle, fino a quando decisero che il tappo si era spostato fino al bagno. A quel punto tornarono in bagno portandosi dietro la grossa pompa e io mi misi dietro di loro.

 

Quando diedero un colpo di pompa dal lavandino del bagno si sentì il botto andare verso destra, verso la vasca e verso lo scarico finale.

«Ci siamo» dissero entrambi.

Aprii l’acqua del lavandino e dalla vasca iniziò a uscire melma grigia e marrone.

«Chiudi!» urlò l’idraulico «Il tappo è fermo qua sotto». Indicò la vasca.

«Continuiamo dal lavandino o proviamo dalla vasca?» chiese il cognato.

L’idraulico non rispose e capii che non lo sapeva.

«Eh» disse e uscì sul balcone a fumarsi una sigaretta. Io e il cognato ci fermammo in sala davanti alla parete bagnata.

«Poi si asciuga» mi disse «ma il segno ti rimane, dovrai riverniciarla».

L’idraulico rientrò. «Proviamo dalla vasca».

«Non rischia di tornare di nuovo indietro?» chiesi.

«Non dovrebbe».

«No, non dovrebbe» disse anche il cognato.

Con una ciotola di plastica tolsero dalla vasca quasi tutta la melma che era fuoriuscita, ma ne rimaneva ancora un dito sopra il buco. Il cognato caricò la pompa fino a dieci.

«Oh, basta!» gli disse l’idraulico, ma lui diede ancora qualche pompata.

«Basta!» gli urlò «Guarda che va tenuta, non è mica facile.»

L’idraulico si piegò dentro alla vasca e infilò il tubo nel buco. Teneva tutto il suo peso sopra al tubo.

«Vai!»

Il cognato schiacciò il pulsante e si sentì un’esplosione sorda, come se non fosse successo nulla, ma l’acqua schizzò per tutta la stanza imbrattando di melma grigia le pareti, lo specchio, il water, fino al soffitto.

«Cazzo che botto» disse il cognato.

«Ma non è andato» dissi io.

«No, non è andato» disse l’idraulico e con fatica si tirò su. Era bagnato e imbrattato dalla testa alla cintola dei pantaloni. Il cognato rise.

«Capita» disse l’idraulico «Non è facile tenere la pompa attaccata al buco».

«Sì, capita» disse il cognato e poi chiese «Lo rifacciamo?»

«Carica» disse l’idraulico «È ancora qua sotto. Ma stavolta tienila tu».

Caricò oltre al dieci. Guardai la lancetta ed era tra l’undici e il dodici. Armeggiò sul tubo della pompa e cambiò diversi finali, fino a quando ne trovò uno piatto che secondo lui aderiva meglio al buco della vasca.

«Sei sicuro?» gli chiese l’idraulico.

«Proviamo» disse il cognato e diede un’altra pompata.

«Basta!» gli urlò l’idraulico «Vedrai che botto. Tieni forte».

Il cognato spostò tutto il suo peso sul tubo infilato dentro al buco, pancia e tutto il resto.

«Vai!» disse, e l’idraulico schiacciò il pulsante. Si sentì un boato e la stanza si inondò, le pareti vibrarono e da sotto la vasca salì un frastuono forte come se i tubi dell’intero palazzo si fossero liberati tutti.

«È andato!» disse l’idraulico «Cazzo se è andato».

«Per Dio se è andato» disse il cognato, tirandosi fuori dalla vasca, bagnato e sporco fino alle ginocchia.

Aprimmo i rubinetti di tutta la casa e l’acqua defluiva senza intoppi.

«Niente, niente» mi disse l’idraulico quando gli chiesi quanto volevano, in piedi davanti alla parete imbrattata della sala.

Ma insistetti e alla fine pagai.

«È fatta» dissi al telefono a mia moglie «Abbiamo avuto qualche intoppo, ma è andata. Tutto libero».

«Che genere di intoppo?»

«Vengo a prenderti».

 

E adesso mia moglie stava nuda, con indosso soltanto un paio di mutandine rosse e gli stivali di gomma, dentro alla vasca da bagno.

«Queste mattonelle sono rovinate! Lo vedi il giallo? Il giallo, qui in mezzo, questo non viene più via. Prima era bianco e ora è giallo e questo non viene più via».

«Lo faremo sistemare» dissi io.

«Questo non si sistema. Questo è rovinato e basta. Abbiamo una casa che fa schifo. Sembra una casa di vent’anni, invece ne ha appena due».

«La faremo sistemare».

«Ma come fanno a sistemarla? Non lo vedi qua, tra una mattonella e l’altra, nel mosaico? È tutto giallo. È diventato tutto giallo. Prima era bianco».

«Lo faremo sistemare. Faremo togliere l’intonaco giallo e lo faremo rimettere bianco».

«Ci metteranno parecchio» disse lei.

«Ci metteranno parecchio» dissi io. «Ci possono mettere il tempo che vogliono, l’importante è che lo facciano tornare come prima».

«Ma tu devi dirglielo. Devi dirglielo che è un lavoro fatto di merda. La detesto questa casa, proprio per questo. Fa schifo. Sai cosa ti dico, me ne andrò io di casa, non tu».

Di solito a quel punto non rispondevo. Stavo zitto per un po’, finché riuscivo. Continuai a guardarla mentre spazzolava su e giù, prima le mattonelle più in basso, poi quelle più alto, passando la spugna su un giallo che rimaneva giallo.

«Hai proprio un bel culo, sai?»

«Ma che dici?»

«Dico davvero, hai proprio un bel culo».

Andai in cucina e rovistai nel cassetto della roba salata. Sul fondo trovai una confezione integra di dadi vegetali. Non sarebbe dovuta stare lì. Il suo posto era in un’anta in alto, sopra alla pasta, non fra il pane, i creacker e gli snack salati.

Tornai in bagno. Mia moglie era uscita dalla vasca e stava pulendo lo specchio.

«Cosa ci fa una confezione di dadi in fondo al vano della roba salata?» le chiesi.

Osservai le sue mani, continuavano a tracciare movimenti circolari sullo specchio.

«E che ne so?»

«L’altra sera mi hai chiesto di andare a comprare il dado perché era finito. Dado vegetale, come quello che ho trovato in fondo alla dispensa della roba salata».

Rise e si voltò verso di me.

«E allora?»